La sala del teatro Plus di Aosta ha ospitato, nella cornice del festival La grande invasione, una lezione di Nicola Lagioia dedicata al rapporto tra guerra e letteratura. Tenuta domenica 31 maggio, la conferenza ha provato a condensare secoli di narrazioni militari e morali in un discorso accessibile, capace di mettere a confronto testi antichi e moderni per comprendere le ragioni della violenza umana.
Con tono colloquiale ma documentato, Lagioia ha costruito un percorso che parte dai miti fondativi dell’Occidente e arriva fino alla letteratura novecentesca, invitando il pubblico a guardare la guerra non solo come evento storico ma come tema ricorrente nelle rappresentazioni narrative.
Le origini narrative della violenza
Lagioia apre il discorso richiamando l’inizio della letteratura europea: l’Iliade, dove la scintilla della guerra è una lite personale che si trasforma in conflitto di massa. Secondo l’autore, il valore di quella storia sta nel mostrare che spesso le ostilità nascono da motivazioni umane, come l’orgoglio e la gelosia, e non da astratte necessità geopolitiche.
Caino e Abele: un modello biblico
Accostando l’epica greca alla Bibbia, Lagioia richiama la storia di Caino e Abele come esempio di violenza che nasce da frustrazione personale e rivalità. L’episodio, letto come una rappresentazione di un’impossibilità a gestire il dispiacere e l’umiliazione, diventa per Lagioia un simbolo della tendenza umana a tradurre il conflitto interiore in azione distruttiva.
Due visioni dell’età moderna: Hugo e Tolstoj
Per mostrare come la percezione della guerra cambi con il tempo, Lagioia propone due autori diversi: Victor Hugo e Lev Tolstoj. In I Miserabili Hugo privilegia lo sguardo del popolo, ritenendo la Storia un fluire in cui gli individui subiscono forze più grandi. La figura di Napoleone, citata nella lezione, è usata per illustrare l’idea che certi destini siano parte di una logica storica superiore agli uomini.
Il dubbio morale in Guerra e Pace
Tolstoj, invece, offre una frattura nella visione teleologica: i personaggi di Guerra e Pace sperimentano l’impossibilità di trovare senso nella violenza. Lagioia ha ricordato la scena del principe Andrej ferito, il cui sguardo verso il cielo diventa metafora dell’incertezza sul divino e sull’etica della guerra, suggerendo che la letteratura può mettere in crisi le giustificazioni eroiche del conflitto.
Svevo e la prospettiva sulla fine della specie
Arrivando al Novecento, l’attenzione si concentra su Svevo e sulle pagine finali de La coscienza di Zeno. Qui, secondo Lagioia, la narrativa sposta l’orizzonte: non si tratta più solo di distruggere altri uomini, ma della possibilità di una violenza capace di minacciare l’intera specie. La metafora delle «protesi» tecniche e della minaccia globale apre il tema della responsabilità collettiva di fronte agli strumenti moderni di distruzione.
Letteratura come immaginario alternativo
Concludendo, Lagioia sottolinea che la letteratura non ferma le guerre, ma può creare mondi possibili che reinterpretano il conflitto e propongono vie diverse. La lettura di una riscrittura di Borges sulla storia di Caino e Abele è stata usata come esempio: una scena in cui i fratelli si riconciliano nell’aldilà diventa spunto per chiedere al pubblico di praticare il cambiamento nella vita reale.
Il messaggio finale della lezione è un invito alla responsabilità individuale: non prendere i racconti alla lettera, ma provarne le lezioni nella pratica quotidiana, prima che sia troppo tardi. La chiusura ha lasciato il pubblico con una riflessione forte sul potere delle parole e sul compito della letteratura nel raccontare la violenza e immaginare alternative.



