La notizia della scomparsa di Luca Mauri, ingegnere e pioniere della mountain bike valdostana, ha scosso la comunità sportiva della Valle d’Aosta. Mauri, 56 anni, è deceduto il 1° settembre 2026 a seguito di una caduta in bicicletta lungo un sentiero in quota nella zona dell’Invergneux, nel Vallone dell’Urtier sopra Cogne.
Il corpo di Mauri è stato rinvenuto da alcuni escursionisti nella mattinata del 1° settembre. Il Soccorso alpino valdostano è intervenuto prontamente per recuperare la salma. L’uomo era privo di documenti, e le operazioni di identificazione sono state affidate alla Guardia di finanza di Courmayeur. Si è trattato di un incidente autonomo durante un’escursione in solitaria, una modalità che Mauri conosceva bene e che faceva parte del suo rapporto abituale con la montagna.
Un pioniere della mountain bike valdostana
Luca Mauri apparteneva a quella generazione di atleti che, all’inizio degli anni Novanta, contribuì a trasformare la mountain bike da fenomeno di nicchia a disciplina sportiva strutturata. In quegli anni, le biciclette cominciavano a lasciare l’asfalto per affrontare sentieri e sterrati, e gli atleti erano al tempo stesso protagonisti e sperimentatori di un movimento in rapida evoluzione.
Mauri iniziò a gareggiare nel 1992 dopo che nel 1991 il Ciocco, in Toscana, aveva ospitato la seconda edizione dei Campionati mondiali di mountain bike. Non prese parte a quella rassegna iridata, ma fu protagonista della stagione successiva e negli anni seguenti costruì un curriculum di alto livello, arrivando anche a confrontarsi con il circuito della Coppa del Mondo nella categoria Elite.
In Valle d’Aosta, Mauri fu tra gli interpreti più importanti di quella fase pionieristica. Era un periodo molto diverso da quello attuale: non esistevano ancora il grande movimento amatoriale, la sofisticazione tecnica delle biciclette moderne, la moltiplicazione degli eventi e la professionalizzazione che avrebbe accompagnato la disciplina fino all’ingresso nel programma olimpico. A fare la differenza erano soprattutto la preparazione degli atleti, la capacità di adattarsi ai terreni e una buona dose di esplorazione.
Dalla mountain bike all’endurance
Mauri non aveva mai realmente smesso di essere un atleta. Dopo la carriera agonistica nella mountain bike, si dedicò alle gare di trail e vertical continuando a misurarsi con la montagna e con la fatica. Partecipò anche al 4K una delle esperienze che meglio rappresentano la dimensione endurance dello sport valdostano, e nel 2011 fu tra i protagonisti della seconda edizione del Tor des Géants.
In quella gara, nelle fasi iniziali, il suo nome compariva immediatamente alle spalle di alcuni tra i più forti specialisti internazionali, come Salvador Calvo RedondoChristophe Le SauxUlrich Gross e Dennis Brunod. Era la conferma di una caratteristica che lo aveva accompagnato per tutta la carriera: Mauri non aveva bisogno di essere costantemente in gara per mantenere un livello atletico elevato.
Lo dimostrano anche i risultati ottenuti nelle competizioni verticali. Nel 2014 al Vertical della Becca di Viou sulle montagne di casa tra Valpelline e Roisan concluse al 3° posto con il tempo di 1 ora, 30 minuti e 53 secondi. Una stagione più tardi, nel 2015 al GranParadiso Vertical di Valsavarenche una gara di 3,8 chilometri con 1.000 metri di dislivello fu addirittura 2° assoluto in 42’50 alle spalle di Dennis Brunod e davanti ad atleti di primo piano come Henri GrosjacquesRoberto Maguet e Massimo Gerard.
L’ingegnere e la montagna
Accanto allo sport c’era poi la professione. Mauri era un ingegnere conosciuto in Valle d’Aosta e ancora recentemente la documentazione regionale lo indicava come responsabile tecnico del Centro di trattamento dei rifiuti liquidi di Brissogne. Anche in questo ambito emergeva quella dimensione tecnica e concreta che aveva caratterizzato il suo percorso sportivo.
È difficile separare, nel suo caso, l’uomo di sport dal professionista. Erano due aspetti diversi della stessa personalità, accomunati dalla ricerca di soluzioni, dalla conoscenza del territorio e dalla capacità di misurarsi con situazioni nelle quali esperienza e preparazione potevano fare la differenza. Una caratteristica che aveva portato con sé dai primi anni della mountain bike fino alle esperienze più recenti.
La sua morte avviene così proprio in quell’ambiente che aveva rappresentato una parte essenziale della sua vita. Non su un campo di gara, ma durante un’escursione personale, lontano dalla dimensione competitiva e dentro quella montagna che aveva continuato a frequentare anche dopo avere lasciato l’agonismo di alto livello.
La tragedia riporta inevitabilmente al centro anche il rapporto complesso tra sport, libertà e rischio in ambiente alpino. La Valle d’Aosta è diventata negli ultimi decenni una delle terre italiane più conosciute per mountain bike, trail running, skyrunning e attività outdoor. Un’evoluzione che ha prodotto economia, turismo e una nuova cultura sportiva, ma che continua a ricordare quanto il territorio montano richieda rispetto e consapevolezza, anche da parte di chi lo conosce profondamente.
Per la comunità sportiva valdostana, però, la scomparsa di Mauri significa soprattutto perdere uno degli uomini che quella cultura l’avevano costruita quando ancora non era un fenomeno di massa. Prima delle grandi manifestazioni, dei percorsi codificati e del turismo sportivo, c’erano atleti che cercavano sentieri, sperimentavano materiali, affrontavano salite e discese e contribuivano, gara dopo gara, a far crescere una disciplina.
Luca Mauri apparteneva a quella generazione. E forse è proprio questo l’aspetto più significativo della sua storia: essere rimasto legato alla montagna per tutta la vita sportiva, attraversando il passaggio dalla mountain bike pionieristica degli anni Novanta alle moderne discipline dell’endurance senza mai perdere il rapporto diretto con la bicicletta e con i sentieri. La sua ultima escursione si è conclusa tragicamente nel Vallone dell’Urtier, ma il suo nome rimane legato a una stagione nella quale la mountain bike valdostana cominciava a costruire la propria identità e, con essa, una parte della storia sportiva contemporanea della regione.



