7 Giugno 2026 🌤 23°

Incontro a La Grande Invasione sulle crepe delle famiglie apparentemente felici

Al Teatro Plus, nell'ambito di La Grande Invasione, Stefania Andreoli e Nicole Decurti hanno discusso di come la perfezione apparente delle famiglie possa soffocare l'adolescenza e rendere invisibile la sofferenza.

Incontro a La Grande Invasione sulle crepe delle famiglie apparentemente felici

L’incontro al Teatro Plus, inserito nel cartellone del festival La grande invasione, ha proposto un confronto serrato sui lati nascosti delle famiglie che sembrano senza macchia. Sul palco si sono alternate due figure della psicologia italiana: Stefania Andreoli, psicoterapeuta e autrice nota per i suoi approfondimenti sull’adolescenza, e Nicole Decurti, psicologa e psicoterapeuta in formazione.

Al centro della conversazione c’era il romanzo Un’ottima famiglia, che funge da specchio narrativo per il tema principale dell’incontro: le crepe che si aprono dietro l’apparente armonia familiare e l’impatto di queste sul benessere dei più giovani.

La perfezione che nasconde una prigione

Il primo tema emerso è stato il paradosso della cosiddetta famiglia perfetta: quella casa dove tutto sembra ordire al meglio ma dentro cui i membri, e in particolare gli adolescenti, possono sentirsi intrappolati. Andreoli ha restituito una fotografia di ragazzi che, pur avendo «tutto sulla carta», non sanno riconoscere il proprio malessere e faticano a chiedere aiuto. Il romanzo esplora questa dinamica attraverso la famiglia Costa, osservata dallo sguardo di Giulia, un’adolescente coinvolta, in modo indiretto, in un evento drammatico.

Validare il dolore quando tutto sembra perfetto

Nel dialogo è riemersa la questione della validazione della sofferenza: quando un adolescente vive male, come può legittimare il proprio disagio in una cornice che non prevede lamentele? Nicole Decurti ha sottolineato che molti giovani arrivano in terapia con sensi di colpa che li portano a minimizzare o negare il proprio stato emotivo. Questa mancata legittimazione è un tema chiave per capire perché certi segnali restino invisibili fino a emergere in modo drammatico.

Il modello educativo del fare e le sue conseguenze

Un secondo nodo affrontato ha riguardato il modello educativo contemporaneo, sempre più orientato al fare come metro di valore. Andreoli ha parlato di un «fare quasi patologico» che non conosce pause, dove l’attività e il controllo diventano strumenti per colmare fragilità adulte non riconosciute. In molti casi, ha osservato, i genitori manifestano forme di infelicità che possono assomigliare a depressione non diagnosticata e riversano sui figli forme di cura che fungono da compensazione.

Autonomia negata e il diritto a sbagliare

La conseguenza più evidente per gli adolescenti è la difficoltà a costruire una vera autonomia. Secondo Andreoli, in alcune famiglie c’è «l’impossibilità del figlio di fare il figlio»: cioè la mancanza di spazi per sbagliare, opporsi e prendere distanza. Dove non esiste nulla di cui lamentarsi, viene a mancare anche lo spazio per esprimere il disagio, rendendo ogni richiesta d’aiuto un atto carico di colpa.

Verso una genitorialità più autentica

Dal confronto è emersa una proposta chiara: la crescita equilibrata dei figli non si misura sulla perfezione estetica dell’ambiente familiare ma sulla capacità degli adulti di mostrarsi autentici, con i propri limiti. L’idea non è quella di cercare la perfezione, bensì di costruire famiglie in cui errore, conflitto e ascolto trovino spazio come elementi normali del vivere quotidiano.

Andreoli e Decurti hanno suggerito che il primo passo consista nel riconoscere le proprie fragilità come genitori e nel permettere ai figli di sperimentare fallimenti e frustrazioni senza sentirsi giudicati. In questo senso, l’ascolto diventa una competenza cruciale e un antidoto alla tendenza a occultare il disagio dietro facciate impeccabili.

Implicazioni pratiche e culturali

Oltre alla riflessione clinica e letteraria, l’incontro ha sollevato riflessi di natura culturale: il mito della famiglia performante è alimentato da aspettative sociali e mediatiche che premiano il risultato e la continuità dell’apparenza. Per invertire la rotta, servono sia cambiamenti nell’educazione quotidiana sia una maggiore attenzione dei professionisti a cogliere segnali sottili nei giovani.

In chiusura, il messaggio comune delle relatrici è stato di speranza pratica: ammettere la propria fragilità come genitori non è un segno di debolezza ma di responsabilità educativa, e creare spazio per la vulnerabilità dei figli è la via per una crescita più sana e autentica.

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