L’autonomia differenziata in materia sanitaria è al centro di un acceso dibattito. Tonino Aceti, presidente di Salutequità, ha espresso forti preoccupazioni durante un’audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati. Le sue critiche riguardano gli schemi di intesa preliminare tra il Governo e le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto.
Secondo Aceti, mancano le condizioni necessarie per procedere con l’attribuzione di ulteriori forme di autonomia. L’incertezza riguarda soprattutto l’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e dei Livelli Essenziali di Prestazione (LEP)fermi al 2017 e ormai superati. Inoltre, le recenti decisioni del Tar Lazio hanno aumentato l’incertezza sui diritti sanitari effettivamente garantiti ai cittadini.
Le criticità evidenziate da Salutequità
Salutequità ha identificato diverse criticità nel percorso verso l’autonomia differenziata. Tra queste, l’assenza di costi e fabbisogni standard definiti, un sistema di riparto delle risorse ritenuto iniquo e controlli insufficienti sulla qualità dell’assistenza sanitaria. L’associazione denuncia anche la mancanza di una valutazione indipendente sugli effetti che una maggiore autonomia per le quattro Regioni potrebbe avere sul resto del Paese.
In particolare, non sarebbero stati analizzati adeguatamente gli impatti sui bilanci regionali, sulla mobilità di pazienti e professionisti sanitari, né sulle garanzie di equità nell’accesso alle cure e nel rispetto dei diritti dei cittadini. Per queste ragioni, Salutequità definisce l’operazione una riforma al buiocon il rischio di accentuare le disuguaglianze territoriali e favorire un regionalismo competitivo anziché solidale.
I rischi per l’equità e la solidarietà
La posizione di Salutequità nasce dalla constatazione che manca una valutazione indipendente, basata su dati e analisi oggettive, sull’impatto che una maggiore autonomia delle quattro Regioni potrebbe avere non solo al loro interno, ma anche sullo Stato e sulle altre Regioni che non hanno richiesto autonomia differenziata. Questo potrebbe avere effetti sulla sostenibilità dei servizi sanitari regionali, sui principi di equità e solidarietà del Servizio Sanitario Nazionale (SSN)e sull’unità della Repubblica.
Secondo Aceti, consentire alle Regioni più forti di disporre di maggiori risorse e autonomia gestionale potrebbe accentuare il divario territoriale, favorendo la migrazione di pazienti e professionisti sanitari dalle aree più deboli. Per questo, l’associazione chiede sistemi indipendenti di monitoraggio e valutazione dell’impatto della riforma, ritenendo che l’attuale quadro normativo non offra garanzie sufficienti per tutelare equità, solidarietà e uniformità del diritto alla salute su tutto il territorio nazionale.
Procedere in queste condizioni, conclude Aceti, significherebbe mettere a rischio i principi di equità, solidarietà e unità che sono alla base del SSN, esponendo i cittadini a una pericolosa frammentazione dei diritti e delle opportunità di cura.



