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Scandalo a Aosta per la bandiera Pride convertita in svastica

Una foto di una bandiera Pride trasformata in svastica accende una polemica che coinvolge il vescovo di Aosta e il Comitato Pride.

Scandalo a Aosta per la bandiera Pride convertita in svastica

Il pride di Aosta, celebrato sabato scorso da più di 3 mila persone, è stato rapidamente oscurato da una foto diffusamente condivisa su WhatsApp. L’immagine mostra la classica bandiera arcobaleno trasformata, mediante una sovrapposizione, in una svastica accompagnata dalla didascalia ‘Questioni di prospettiva…’. Il gesto, presentato dall’utente come un semplice gioco di forme, ha innescato un’ondata di indignazione nella comunità LGBT+ e non solo.

Chi ha realizzato l’immagine e perché ha suscitato scalpore

L’autore del post è Gilbert Turcotti segretario personale del vescovo di Aosta Monsignor Franco Lovignana. Pubblicata sul suo stato WhatsApp, l’immagine è stata interpretata come un ‘insulto alla memoria delle persone omosessuali e trans perseguitate, deportate e uccise dal nazismo’, secondo quanto dichiarato da Alice Sartore, portavoce del Comitato Aosta Pride. Il contesto storico della svastica rende il gesto particolarmente offensivo, trasformando un simbolo di inclusività in una orgia di provocazione.

La risposta della diocesi di Aosta

Il vescovo Franco Lovignana inoltre vicepresidente della Conferenza Episcopale Piemontese, ha rilasciato una nota in cui afferma che ‘la posizione della diocesi su qualsiasi avvenimento, situazione o argomento viene sempre ed esclusivamente espressa attraverso i canali ufficiali’. Nella medesima comunicazione sottolinea che ‘ogni altra presa di posizione, da chiunque espressa, riveste il carattere di parere personale di chi la esprime’. Una risposta mirata a dissociare la Chiesa dall’azione compiuta dal suo collaboratore, ma ritenuta insoddisfacente dagli organizzatori del Pride.

Le richieste del Comitato Aosta Pride

Alice Sartore, in rappresentanza del Comitato Aosta Pride ha precisato che la semplice ‘presa di distanza’ non corrisponde alle aspettative dell’associazione. ‘Non è la presa di distanza che avevamo chiesto’, afferma, aggiungendo che il comunicato manca di una condanna esplicita e di un pensiero di solidarietà verso le vittime. Il comitato ha minacciato di valutare eventuali azioni legali o di tutela, sottolineando che il silenzio era già considerato una risposta inaccettabile.

Il caso ha riacceso il dibattito su come le istituzioni religiose debbano gestire le dichiarazioni dei propri collaboratori in una società sempre più tollerante e attenta alle ferite storiche. Mentre la comunità LGBT+ a Aosta si prepara per le prossime edizioni del Pride, la vicenda resta un monito su quanto la libertà di espressione possa diventare una trappola quando incrocia simboli di odio e di persecuzione.

Implicazioni per la Chiesa e per il dibattito pubblico

Il episodio evidenzia una frattura tra la Chiesa cattolica e i movimenti per i diritti civili, soprattutto in contesti dove la presenza istituzionale è molto visibile. Le parole del vescovo, seppur puntuali, non hanno placato la richiesta di un disimpegno esplicito da parte della diocesi, lasciando aperta la discussione su come prevenire simili incidenti in futuro. Gli osservatori segnalano che la vicenda potrebbe innescare una revisione delle linee guida interne relative all’uso dei social media da parte del clero e dei loro collaboratori, al fine di evitare ulteriori offese e di preservare la credibilità dell’istituzione.

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