13 Giugno 2026 ☀ 32°

Trump ha fermato l’operazione di terra del Pentagono per l’uranio in Iran

Il Pentagono aveva predisposto piani per un'azione di terra in Iran destinata a recuperare mezza tonnellata di uranio arricchito, ma il presidente Donald Trump ha bloccato l'operazione dopo un briefing del capo degli Stati Maggiori Riuniti, generale Dan Caine. Fonti dell'intelligence parlano di un aumento delle contromisure iraniane e di rischi giudicati inaccettabili: «Troppi rischi» e «È difficile raggiungerlo anche per loro».

Trump ha fermato l’operazione di terra del Pentagono per l’uranio in Iran

Il 19 maggio il capo degli Stati Maggiori Riunitigenerale Dan Caineha interrotto una missione in Bruxelles per recarsi al quartier generale dell’Us Central Command a Tampadove gli sono stati illustrati piani operativi del Pentagono volti a recuperare mezza tonnellata di uranio arricchito custodita in Iran. Dopo il briefing, il presidente Donald Trump ha deciso di sospendere l’operazione, citando preoccupazioni strategiche e umane.

La rapidità degli spostamenti e il coinvolgimento diretto dei vertici militari riflettono quanto l’esecutivo fosse vicino al via libera. Tuttavia, i timori per possibili ritorsioni e per le conseguenze economiche e geopolitiche hanno portato alla messa in pausa. Nelle settimane successive fonti vicine all’intelligence hanno segnalato che Teheran ha rafforzato la protezione delle scorte di materiale nucleare, complicando ulteriormente qualsiasi intervento.

Tempistica del briefing e ruolo di Dan Caine

Il trasferimento improvviso da Bruxelles a Tampa il 19 maggio ha messo in evidenza la natura urgente della questione. Il generale Dan Cainein qualità di capo degli Stati Maggiori Riunitiha ricevuto e presentato al presidente una versione operativa dei piani predisposti dal Pentagono. Il contenuto del briefing comprendeva scenari tattici e valutazioni sui rischi per il personale, oltre a possibili ricadute sulla stabilità regionale.

Valutazioni sul campo e preoccupazioni umane

Durante il confronto con il presidente Donald Trumpè emersa con forza la preoccupazione per il numero potenziale di perdite umane tra le truppe americane e per la reazione che l’Iran potrebbe scatenare. Una fonte vicina ai vertici ha sintetizzato così il giudizio politico-militare: “Troppi rischi”. Questa frase ha pesato nella decisione finale, portando alla sospensione dell’operazione nonostante i piani fossero stati sviluppati in dettaglio.

Lo stato delle scorte iraniane e le difficoltà operative

Negli ultimi giorni le autorità iraniane avrebbero adottato misure intense per nascondere e rendere inaccessibili i depositi di uranio arricchito. Fonti vicine all’intelligence statunitense indicano che sono stati causati crolli controllati di tunnel e posizionate mine agli ingressi per proteggere i siti. Questo intervento rende il recupero del materiale, stimato in mezza tonnellata, molto più impegnativo.

Impatto sulle tempistiche del recupero

Secondo almeno cinque fonti vicine all’intelligence, le nuove fortificazioni sotterranee aumentano notevolmente la complessità di una possibile operazione. Per estrarre il materiale sarebbero necessari scavi con macchinari pesanti e operazioni di sminamento, attività che richiedono tempo e espongono ulteriormente chi interviene a rischi elevati. In proposito è stata riportata una definizione lapidaria sulle reali difficoltà: “È difficile raggiungerlo anche per loro”.

Il nuovo quadro operativo allunga i tempi rispetto alle affermazioni pubbliche fatte nelle settimane precedenti, quando era stata ventilata la possibilità di un intervento rapido. L’accertamento che i depositi si trovino in tunnel crollati in siti come il complesso di Isfahan complica inoltre ogni ipotesi d’azione immediata.

La decisione politica di sospendere l’azione e le sue ripercussioni

La sospensione ordinata da Donald Trump segue la valutazione congiunta di rischi militari e geopolitici. Oltre al pericolo di ritorsioni militari da parte di Teheran, il timore di un’escalation regionale e di impatti negativi sull’economia globale è stato centrale nel ragionamento dell’amministrazione. Il fermo ha inoltre sollevato interrogativi sulle condizioni per un accordo che preveda la rimozione o la distruzione del materiale.

Fonti ufficiali coinvolte nei colloqui internazionali stanno discutendo ipotesi per gestire il materiale in modo che non rappresenti più una minaccia proliferativa. Tra le opzioni sul tavolo, se confermate, vi sarebbe la consegna e la distruzione del materiale sotto supervisione esterna, un processo la cui attuazione resta tuttavia incerta a causa della difficoltà di accesso ai siti e delle divergenze nei dettagli tecnici e politici.

La vicenda ha inoltre richiamato l’attenzione delle capitali coinvolte nella gestione della sicurezza regionale e pone nuovi interrogativi su come verificare e gestire scorte nucleari in contesti dove la protezione aumenta la pericolosità per eventuali interventi esterni. Le lunghe implicazioni sul piano strategico e pratico continueranno a influenzare le decisioni dei prossimi mesi.

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